Cosa è e cosa non è il referendum del 22 ottobre

Articolo pubblicato su “Il Settimanale della diocesi di Como” del 12 ottobre 2017.

Il 22 ottobre 2017 ai cittadini lombardi sarà proposto il referendum per l’autonomia. Dopo la decisione del consiglio regionale, risalente ormai al febbraio 2015, il chiarimento circa la sua costituzionalità, l’esito della riforma proposta da Matteo Renzi naufragata con il referendum del 4 dicembre 2016, il reperimento dei circa 50 milioni di euro necessari allo svolgimento della consultazione nelle modalità stabilite dalla giunta Maroni (voto elettronico anziché cartaceo con relativo acquisto di tablet, operazioni di voto, campagna informativa, etc …) si è a poche settimane dal voto e da tante persone nasce l’esigenza di capire, al di là dei tecnicismi e dei comizi di parte, che cosa è e cosa non è questo referendum. A costo di essere un po’ grossolani dal punto di vista della terminologia giuridica proviamo a chiarirci le idee …

Il referendum non è

  • una votazione sull’indipendenza della Lombardia (non c’è alcuna “questione catalana” in ballo);

  • una votazione per far diventare la Lombardia una regione a statuto speciale (ci vorrebbe un iter molto più lungo e tortuoso perché si andrebbe a modificare la Costituzione);

  • una votazione che riguarda tutti i settori di governo (lo stato ha competenza esclusiva su: politica estera e rapporti internazionali; immigrazione; rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose; difesa e sicurezza dello Stato; tasse e moneta; istituzioni dello stato e relative elezioni; amministrazione dello Stato e degli enti pubblici nazionali; ordine pubblico e sicurezza; cittadinanza; giustizia; tutela dei diritti civili e sociali; norme generali sull’istruzione; previdenza sociale; dogane e confini; pesi, misure e determinazione del tempo; tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali)

  • una votazione che, con la vittoria dei sì, fa automaticamente restare in Lombardia 54 miliardi di euro di tasse;

  • una votazione per decidere se la Lombardia può gestire in autonomia su un buon numero di materie (in realtà, come vedremo, la complessa procedura per richiedere tali competenze allo stato non prevede alcun referendum).

Il referendum è

  • una votazione in cui si interpellano gli elettori lombardi affinché si dichiarino favorevoli o contrari alla richiesta di maggiore autonomia in tutti gli ambiti consentiti dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione;

  • una votazione consultiva, in quanto il voto non avrà effetti immediati o automatici;

  • una votazione non necessaria dal punto di vista giuridico, in quanto la procedura di negoziazione degli accordi tra stato e regione sull’autonomia – delibera del consiglio regionale, apertura del negoziato e confronto con gli enti locali, accordo stato/regione, legge approvata dal parlamento a maggioranza assoluta – non la prevede (infatti la regione Emilia Romagna ha iniziato lo stesso percorso senza fare alcun referendum);

  • una votazione che i suoi promotori ritengono indispensabile dal punto di vista politico per fare pressione sullo stato nella fase di negoziazione (anche se nulla sarà automatico nemmeno con una forte affluenza e una netta vittoria dei sì: dalla attribuzione delle materie alla destinazione delle risorse);

  • una votazione senza quorum, senza una percentuale di votanti sugli aventi diritto necessaria perché l’esito sia valido, come succede normalmente nelle consultazioni referendarie (e come ha previsto la regione Veneto); nonostante ciò, considerato che il referendum si propone la finalità politica di supportare con una chiara espressione della volontà popolare le richieste della regione, sarà comunque decisivo il dato dell’affluenza alle urne.

  • una votazione dove la regione chiede ai cittadini una delega in bianco per la negoziazione di una autonomia molto ampia e senza poter distinguere tra le materie (quelle che potrebbero essere oggetto degli accordi sono oggettivamente numerose: istruzione; tutela dell’ambiente e dell’ecosistema; tutela dei beni culturali; organizzazione dei giudici di pace; rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute e organizzazione sanitaria; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale);

  • una votazione che introduce ad un percorso istituzionale che non vedrà protagonisti gli attuali governo nazionale e giunta regionale, essendo molto vicina ai primi mesi del 2018, quando scadrà sia la legislatura lombarda (24 febbraio 2018) che quella italiana (15 marzo 2018) e ancora più prossima alle relative campagne elettorali.

a cura del Servizio alla pastorale sociale della diocesi di Como

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